Le 10.47

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Sono le 10.47 di una domenica di maggio. Mancano 23 giorni al mio trentesimo compleanno. Fuori piove, il cielo è grigio e sotto le coperte si sta discretamente bene. Il cane in salotto dorme beato e, come al solito, russa che è un piacere. Di tanto in tanto la quiete solita del quartiere in cui abito viene interrotta da qualche auto che passa. Le note dell’iPad raccolgono quello che sto scrivendo. È un periodo abbastanza particolare della mia vita. Non che la stessa sia stata sempre tranquilla e lineare, anzi. Sono passati da poco 10 anni dalla separazione dei miei genitori, un fatto abbastanza traumatico che ha segnato profondamente la mia vita sotto numerosi aspetti. Mi apprestavo a compiere 20 anni, entravo obbligatoriamente nel mondo del lavoro e un carico di responsabilità era pronto ad investirmi senza preavviso. Non mi sono mai tirato indietro, anzi, ho sempre cercato di aprire il petto più che poteva e rinforzare le spalle che dovevano sorreggere più peso possibile. In questo ero abbastanza allenato, visto le circostanze in cui sono cresciuto ma, quello che mi si proponeva davanti, era di un altro livello. Uno dei valori in cui credevo di più, ovvero la famiglia, veniva distrutto da quello che consideravo il mio “idolo”, rivelatosi negli anni un’autentica delusione. In questi 10 anni ho cercato di fare del mio meglio in tutti gli ambiti, sacrificando molti miei interessi, lasciando per strada sogni ed offerte lavorative allettanti per star vicino al mio fratellino più piccolo. Abbiamo 16 anni di differenza, un’enormità a vederla da fuori, ma anche da dentro. Sono stato forse un po’ più di un fratello per lui. Ho sempre cercato d’essere un esempio positivo per lui, rispettando sempre però i ruolo. Non ho mai voluto sostituire nessuno, anzi. Quante difficoltà incontrate. E lo stesso è avvenuto con mia sorella più piccola di due anni. Incomprensioni, caratteri diversi ed una poca propensione ad ascoltare (forse la mia unica vera dote) sono stati un mix determinante per il nostro allontanamento. A dieci anni di distanza da quel marzo del 2007 le cose sembrano non cambiare mai, ma a ruoli invertiti. Con mia sorella ho ritrovato un ottimo rapporto, un rapporto tra esseri ormai adulti, fatto di indipendenza e di ricerca reciproca mentre con il fratello più piccolo le cose sono precipitate con l’avanzare dell’adolescenza, un periodo decisamente difficile da interpretare sia da fuori che da dentro. La delusione ed il rammarico per un rapporto che si è incrinato sempre più con il passare dei mesi stanno lasciando il posto alla consapevolezza. La consapevolezza che bisogna lasciare l’opportunità a chi si vuole bene di poter prendere le proprie decisioni, di poter sbagliare, che solo così il processo di maturazione può veramente avverarsi. C’è sempre tempo in questa vita di poter perdonare e di riaccogliere, per chi lo vuole veramente.A dieci di distanza da quel marzo del 2007 sento di poter definitivamente voltare pagina, di scrivere capitoli lasciati in sospeso, di abbeverare una pianta lasciata al buio di una stanza, di accogliere quello che verrà in modo positivo, di viaggiare senza problemi, di vivere senza pormi tante domande, che è poi uno dei miei difetti forse più grandi. 

Sono le 11.17 ora. È arrivato il tempo di alzarsi e di vivere questa domenica di maggio, seppur uggiosa. Un quasi trentenne. 🙂

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Accorgersi 

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Seduto al tavolino del caffè Ramblas, tormentando la folta barba tenuta così lunga di proposito, quasi a nascondere espressioni difficilmente camuffabili, Paul annota pensieri e parole sul suo taccuino da viaggio, come è solito fare quando l’ispirazione del momento prende il sopravvento, quasi sempre nel “giorno dopo”. Paul non ama molto gli aggeggi” tecnologici”, come è solito chiamarli lui. Troppo freddi e dispersivi, dice. Ama la carta e il suo inchiostro, un connubio impareggiabile, e la calligrafia del momento, la quale svela lo stato d’animo con il quale scrive i suoi pensieri. Paul ha sviluppato negli anni una sorta di passione verso questo mondo, soprattutto dopo aver visto alcune puntate televisive nelle quali si faceva riferimento ad esperti di grafia, detti grafologi. Vede i suoi taccuini come un fotografo vede i suoi album fotografici. Quante stagioni fotografate nei taccuini conservati nei vari cassetti dell’ufficio, in rigoroso ordine stagionale. La grafia del giorno dopo è di quelle felici, orgogliose e desiderose di vedere come andrà a finire un viaggio cominciato a settembre e che potrebbe finire a giugno. Attraversando 3 stagioni, con lo sguardo verso la quarta che significa vacanza, ha visto la sua creatura mutare con il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi in un crescendo di armonia tra i reparti, di moduli, di atteggiamento e mentalità europea. Ripercorrendo la strada europea percorsa fin qui, negli anni, fatta di tappe importanti quali la semifinale di EL contro il Benfica (giusto non dimenticarla), la finale di Berlino, gli ottavi giocati alla pari lo scorso anno, le vittorie in trasferta vs City, Siviglia, Lione e Porto di quest’anno ed il fresco passaggio del turno contro la squadra più forte del mondo, a detta di tutti, 
 Paul annota sul suo taccuino la parola accorgersi. E non lo fa a caso. 

Accorgersi è un verbo decisamente semplice ed a volte molto trascurato. Si differenzia dai verbi credere e capire ed è il verbo più adatto a questa Juve, secondo Paul. Accorgersi significa notare qualcosa che prima non si era notato percependo irresistibilmente la verità di quel qualcosa, facendo tutto ciò autonomamente, in quanto nessuno può obbligarti ad accorgerti di qualunque cosa, al massimo può capitare che qualcuno possa farti credere o capire qualcosa. Infine accorgersi può significare anche cambiare idea, rendendosi conto di aver avuto torto. Questa Juve si è accorta di essere veramente forte dopo la gara d’ andata contro il Barcellona, in modo autonomo ed inequivocabile, scoprendo tutta la propria forza fisica, mentale e tattica con un 3 a 0 perentorio, netto ed una partita di ritorno solida e di grande personalità. Tappa fondamentale è stata la voglia di Allegri di cambiare modulo, accorgendosi delle potenzialità ancora inespresse della propria rosa, stravolgendo così il modulo ed il modo di giocare, apportando quelle novità che servivano ad un gruppo che vince ormai da 5 anni in Italia, triturando gli avversari e che, sicuramente, necessitava di nuove idee e nuove motivazioni. 

Paul, guardando fuori dalla vetrata colorata del caffè Ramblas, finisce di bere il latte macchiato ormai divenuto freddo, immagina un cielo grigio minaccioso, gente con l’ombrello sotto braccio, una temperatura mite, ed un pub nel quale annotare altri pensieri ed altre parole dalla grafia felice.

Domani si vedrà

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Accendo il computer.

La lista su Spotify è già in esecuzione.

La tazza fumante è con me, sempre, e mi accompagna in questo lungo viaggio.

Dove sto andando non lo so. E’ sempre così, con lei.

Le parole scorrono veloci, le dita sui tasti arrancano.

E’ un incedere compatto ed ordinato.

Mi lascio andare.

Il Thè finisce, la batteria si esaurisce, le mani stanche arrancano, l’ispirazione sfuma.

Tasto off.

Domani si vedrà.

Incipit

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Fuori piove. Capita spesso in primavera, nulla di straordinario. La casa è vuota ed io, con fare lento e preciso, mi preparo un The caldo alla cannella e zenzero. Il pentolino ribolle sul fuoco lento del piano cottura della cucina quando, ad un tratto, vengo rapito dal gocciolare dell'acqua piovana sul vetro della finestra, volutamente lasciata aperta. Mi succede di sovente, in questo periodo, di essere rapito dagli attimi che mi circondano, facendomi perdere il contatto con la realtà. È il frutto di un esercizio quotidiano, costante, della ricerca di un qualcosa di imprecisato. C'è chi lo chiama rifugio, chi la chiama scappatoia, chi serenità. Potrebbero essere tutte queste cose, o nessuna. Il pentolino sul fuoco richiama la mia attenzione, facendomi tornare al presente. Verso l'acqua calda nella tazzina, accompagnandola con un po' di miele. Seduto al tavolo della cucina, con il vapore della tazzina che ne fa da padrone, ripenso agli attimi trascorsi, alle possibilità andate, agli attimi di felicità goduti. Nella stanza accanto, invece, qualcosa di importante stava riprendendo vita.

Tutti quei fogli di carta sparsi sulla scrivania poco ordinata e sul pavimento da poco lucidato sono decisamente un buon segno. Ho ripreso in mano le mie storie. Ho ricominciato a scrivere. Quella macchina da scrivere ormai dimenticata ha ricominciato a macinare fogli e battiture ad un ritmo serrato. Scrivo di lei. Scrivo di noi. Scrivo di quello che potevamo essere e che invece non siamo stati. Scrivo di quello che potremo essere. Non sempre sono pensieri molto lunghi, anzi, il più delle volte sono solo poche righe che, sommate, vanno a comporre una sorte di diario quotidiano che, nelle intenzioni, diverrà una sorta di memoria dei momenti passati.

30/04/2017
"Questa mattina ci siamo svegliati alla buon'ora, abbiamo fatto una colazione veloce seduti al tavolo della veranda, senza neanche fiatare. Il sole faceva capolino tra i palazzi della città illuminando le tazze fumanti. L'appuntamento di oggi è di quelli veramente importanti. Sono un po' teso, lo ammetto, e credo anche lei, in fondo. Anche se non lo dà a vedere."

Nebbia

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Foto tratta dal sito it.fotolia.com

La nebbia invade tutto ciò che trova per la sua strada, inesorabile velo che si poggia, incurante del paesaggio, straffottente. La nebbia copre, la nebbia nasconde, la nebbia attutisce i rumori, la luce, i pensieri. La nebbia è cattiva compagnia durante le sere e le notti autunnali, malinconica come poche cose al mondo, rifugio di foglie traballanti di alberi in cambio di muta. La nebbia è nemica del viaggio, in qualunque modo lo si affronti. La nebbia è nemica degli automobilisti, dei pedoni, dei ciclisti e pure degli aquiloni. La nebbia è dissuasore naturale, democratica  e incurante.

Durante uno dei miei soliti viaggi in automobile, in compagnia della nebbia e di una buona canzone, la mia mente viaggiava in parallelo, assorta in un paesaggio trasformato, assente. Mi capita spesso, ultimamente, di fermarmi a pensare e riflettere a ciò che mi circonda, di come tutto ciò non può essere solo così frutto del caso. Sono sicuro che non lo è per niente. Quella sera Lei circondava ogni cosa, copriva, nascondeva. Nascondeva le buche sull’asfalto, le striscie pedonali, gli alberi spogli, le case dai camini fumanti, la bicicletta abbandonata a se stessa, il gatto in cerca di riparo, il fosso mal curato, il lampione che tenta, a stento, di fare il suo lavoro.

Ricordo i racconti di mia madre, appena trasferitasi in questa terra “piena di nebbia”, di quando la scoprì la prima volta. Rimase scioccata nel vedere un muro grigio frapporsi tra lei ed il mondo che si trovava fuori dalla finestra di casa. Scoppiò in lacrime, quasi spaventata da ciò che non capiva e da ciò che aveva lasciato. Ora che sono passati 30 anni da quella prima volta se, durante i mesi autunnali, la prima nebbia tarda ad arrivare scatta in lei una sorta di incredibile preoccupazione. Quando arriverà? La mia risposta è sempre la stessa: quando ne avrà voglia.

Il “tuo” borsone da calcio

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In linea di massima mi considero un romantico e, di conseguenza, non me la passo molto bene visti i tempi in cui viviamo. Ma questo è un altro, disperato, argomento. Voi direte…e quindi? Vai al sodo, Andrea. Ci arrivo, con halma, ma ci arrivo. Tutto nasce da un’intervista radiofonica in una famosa trasmissione, tale “Tutti Convocati”, in onda su Radio 24 dalle 14 alle 15.30, al capitano del Parma neo promosso in Lega Pro Alessandro Lucarelli. Cos’avrà detto di tanto importante Lucarelli da far scattare la scintilla ad un romantico come me? Tra le varie cose che il difensore centrale ha detto durante l’intervista una mi ha particolarmente colpito, ovvero la “storia del borsone”. Durante tutta la stagione passata in serie D Alessandro Lucarelli ha riscoperto uno dei valori principali del calcio, ovvero il caricarsi il borsone sulle spalle, leggero o pesante che sia, fino agli spogliatoi. Lucarelli diceva di aver riscoperto i veri valori del calcio che, tra i professionisti, inevitabilmente si tendono un po’ a perdere e che tale riscoperta l’ha convinto a continuare ancora un anno con il Parma.

Come spesso mi accade, causa lavoro, ero fermo in auto in attesa di entrare dall’ennesimo cliente, quel pomeriggio, e la mia mente è andata subito ai miei trascorsi da giovane calciatore prima e da calciatore di calcetto a 5 tra amici poi. Quanti ricordi. E quante paia di mutande dimenticate a casa. Perché voi no? 

Il borsone del calciatore è sacro, e la preparazione dello stesso un rito. 

Esistono due differenti approcci che poi differenziano anche le tipologie di persone, ovvero: i ritardatari frettolosi e i previdenti pacati. Io personalmente faccio parte della prima categoria. Il fatto di trovarmi sempre con l’acqua alla gola nel dover preparare tutto il necessario da infilare nel borsone è una sensazione che mi fa sentire vivo e, se vogliamo, anche una brutta persona. “Massì, la faccio dopo..” è un must e, molto spesso, mi trovo a dover rincorrere minuti preziosi. Per brevi periodi ho provato a svoltare ma nulla, l’indole ha sempre prevalso sulle buone intenzioni. Il previdente pacato, invece, è un tipo razionale che non lascia nulla al caso: piega la maglietta della salute, le mutande, i calzini, l’accappatoio, il phon (sì, perché generalmente utilizza quello piccolo da viaggio pieghevole…), gel e deodorante su una busta di plastica mentre shampoo, balsamo e doccia schiuma in un’altra e via così, in un puzzle perfetto. Molta più praticità invece per il frettoloso: tutto dentro e #chiccazsenefregatantochideveguardare?

Capitolo scarpe da calcio. Quanti di voi le lasciano dentro il fondo del borsone finito l’allenamento o finita la partita del sabato o della domenica? C’é di tutto, in giro. Se appartenete alla prima categoria siete delle brutte persone. Se appartenete alla seconda categoria siete dei devoti. Quell’odore di muffa misto ad odore di cane bagnato tante volte annusato non mi abbandonerà mai. 

Il rito della restituzione a fine anno. Era usanza, nelle giovanili ma non solo, restituire il borsone a fine anno in modo da poterlo mettere a disposizione l’anno successivo, solitamente per i ragazzi più giovani. La cena di fine anno con ritrovo davanti agli spogliatoi. Restituzione, mangiata e saluti. La resa dei conti. Se avevi trattato male il tuo borsone, se gli avevi procurato dei danni irreparabili quello era il momento della verità. Se ti eri affezionato e non lo volevi più abbandonare beh, quello era il momento dell’addio. Ed erano uno dei motivi per cui a quelle famose cene si presentavano sempre in tre. 

E voi, ragazzi, che rapporto avete o avete avuto con il vostro “Borsone da calcio”? Quante volte avete rovesciato il doccia schiuma all’interno dello stesso sporcando mutande e maglietta intima costringendovi ad andare a casa mezzi nudi? 

Ditemi la vostra. 

La strada di Paul – Prima parte

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“Credo alla fine abbiano ragione i saggi, quelli con la barba bianca e lunga che, fumando un buon sigaro accompagnato da un bicchiere di rum, ti spiegano la vita. Te la spiegano con una semplicità disarmante, gesticolando con le mani, facendo esempi concreti, utilizzando tutte le virgole che servono e forse anche di più. E tu rimami lì ad ascoltarli, incantato, attratto da quelle mani che si muovono a tempo, come quelle di un direttore d’orchestra. Rimani incantato dalla loro voce roca, classica dei fumatori incalliti, dal profumo del rum che si respira nell’aria misto all’odore di fumo. Non dovresti fare altro che prendere appunti ogni tanto, in modo da non trovarti impreparato in determinate situazioni di vita ma no, il flusso delle parole è troppo forte da prenderti e portarti a riva in men che non si dica. È tutto nelle mani sapienti della memoria, dei ricordi, delle immagini che restano impresse come diapositive e che, puntualmente, spariscono.” È in momenti come questi che le parole dei saggi appuntate in un qualsivoglia diario servirebbero al buon Paul, disperso nella valle dei sentimenti scaduti. Coricato su di un letto d’albergo di un paesino fuori città, ai piedi di una rigogliosa collina, Paul ripercorre la lunga carriera di figlio prima e di padre poi. Sono le 23 di una sera di mezza estate, le luci dei lampioni filtrano dalla finestra semi aperta, le urla e il suono armonioso della città ricordano lui le sagre di paese, del suo paese, e della spensieratezza della giovane età. Con gli occhi rivolti verso il soffitto, ancora vestito, stringe nella mano destra un taccuino e, sulla sinistra, una penna. Cercava scrupolosamente di ricordare i dettagli della conferenza stampa alla quale aveva assistito al mattino, in qualità di inviato, all’Auditorio del paese. Amava molto il suo lavoro, “una vita spesa sul campo” come amava spesso dire. Un lavoro che gli aveva dato moltissimo ma, come spesso accade, gli aveva anche tolto tanto. Era il prezzo da pagare, un prezzo che si paga spesso con gli interessi. Paul amava l’odore della carta del suo ufficio; amava le riunioni di redazione dove il fermento, la frenesia del momento, le idee ti fanno sentire vivo; amava il lavoro svolto sulla strada, fatto di taccuino e penna, di imbeccate e fonti, di relazioni e di nemici; amava leggere le bozze, cambiarle, leggere le anteprime e commentarle; amava essere tra i primi a recarsi all’edicola sotto casa e acquistare le copie ancora calde dei quotidiani, accompagnato da caffè lungo e cornetto, quasi come fosse un cliché. Ha amato talmente tanto quello che faceva da dimenticarsi degli affetti che lo circondavano. Una moglie e un figlio che non hanno potuto godere della sua presenza, né come marito, né come padre. Un uomo assente, distratto, discontinuo nell’occuparsi della casa e di chi gli stava vicino. Come spesso accade in questi casi è stata Anna, sua moglie, a prendere la triste ma inevitabile decisione di separarsi da lui, una sera d’autunno, davanti all’ennesima dimostrazione di assenza e latitanza. La conferenza stampa del PM di turno ha preso il sopravvento rispetto alla recita del figlio Simon, fissata da tempo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, ormai colmo, di Anna. Fatte le valigie e trovata una sistemazione di fortuna presso la casa dei genitori in campagna, Anna e Simon, lasciarono una settimana dopo la casa comune. Paul non si oppose a questa decisione, limitandosi a prenderne atto come fosse una storia di cronaca cittadina. La freddezza e il distacco con la quale Paul affrontò la separazione dai suoi affetti non stupì Anna ma altresì segnò una cicatrice incurabile nel cuore ancora piccolo di Simon, all’epoca ancora undicenne. 

Un viaggiatore

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Di vagar era stufo, diceva, con tono sprezzante e malinconico allo stesso tempo, con l’occhio vispo di chi, nella vita, ne aveva viste di ogni. E non era certo stanco come voleva far credere, anzi. Da quella cena di metà luglio passarono solo un paio di settimane e, come per magia, partì di nuovo, come sempre faceva, senza proferir parola sulla futura destinazione. Preparò tutto nei minimi dettagli, dalla borsa a tracolla, inseparabile, alla valigia, sempre la stessa. Gesti che potevano essere per lui abitudinari, ma che in realtà non lo erano e non lo sarebbero mai diventati, tanta era l’adrenalina scatenata dal viaggio. Partì la sera del 9 agosto. Lasciò la città natia per la prima volta con amarezza e sollievo. Non riusciva a capire fino in fondo il perché. Amava viaggiare di notte, osservare le strade deserte di una città che si preparava ad affrontare il caos caotico delle ore diurne; amava ascoltare i silenzi, quasi surreali, di vie trasformiste; amava vedere le auto ferme inanimate, immaginario della vera sosta prima di una lunga o breve partenza. Di notte il caldo delle ore soleggiate lascia tregua ai mestieranti e faccendieri, così come ai viaggiatori. Arrivò a destinazione alle prime luci del mattino discretamente riposato, dato che la fatica la fece unicamente la locomotiva. Un’automobile grigia ad attenderlo all’uscita della stazione. Un paio d’ore d’auto sarebbero state sufficienti per arrivare a destinazione. Un paesaggio meraviglioso gli si presentò davanti durante il tragitto. Non se ne perse un solo pezzo, con occhio sbarrato e mente apertissima. Alberi rigogliosi e verdi, campi coltivati, la natura espressa come meglio non poteva. E i pensieri che nella sua mente viaggiavano felici. Osservava lo scorrere delle immagini come una trottola che gira su se stessa. Riusciva a vedere oltre. E quell’oltre aveva un volto. Era il volto di una Lei sempre sorridente, allegra e armoniosa. Il volto di una Lei che ormai tendeva a svanire col tempo ma che, come un lumicino lotta contro il vento, restava sempre lì. Arrivò a destinazione dopo un paio d’ore rispettando rigorosamente la tabella di marcia. Prese personalmente i bagagli come sempre faceva dall’auto, salutò con una lauta mancia l’autista (se l’era meritata tutta, pensava, in quanto non lo disturbò minimamente durante il viaggio) e si diresse verso il cancello di una casa apparentemente fatiscente. Il cancello, il quale porta inesorabilmente i segni dell’età e dell’incuria, presenta al suo centro due consonanti. Caratteri grandi e raffinati. Fece per tirar fuori le chiavi ma, nello stesso istante, si accorse che lo stesso era già aperto e quindi tra lo stupito e il preoccupato desistì dal tirar fuori il mazzo ed entrò. Era rimasto ormai l’unico ad avere quel mazzo di chiavi, pensava. L’altro mazzo non può essere in giro, si convinceva. È impossibile, concluse, mentre abbastanza goffamente attraversava quel vialone abbandonato che lo aveva visto trascorrere gli attimi più belli e intensi e significativi della propria vita. Il fiato non era più quello di una volta e doveva farselo bastare. Arrivato sull’uscio di casa, la vista della porta socchiusa e l’odore di cibo proveniente inevitabilmente dalla cucina, gli fecero tremare le gambe, mancare il respiro tanto a lungo da rischiare quasi la morte. Ci vollero una quindicina di minuti abbondanti prima che si ripigliasse. Seduto sugli scalini di casa perse la condizione spazio-tempo. Una girandola di sensazioni ed emozioni gli presero la gola fino quasi a soffocarlo. Ma alla fine, come sempre accadeva, vinse lui e, preso da un moto d’orgoglio, afferrò la maniglia e entrò in casa. Tutto era come un tempo; fermo e immobile il tempo non aveva agito in funzione di un cambiamento, anzi, si posò come un telo di seta sopra gli anni passati. La poltrona era sempre posta nel solito angolo del salotto, posizione strategica dalla quale si poteva tranquillamente controllare tutta la situazione, il tavolino in legno era posizionato in centro, come il vaso in terracotta comprato dopo un viaggio in Grecia. Le tende in stile Veneziano adornavano il tutto con classe ed eleganza. Dalla cucina, posta al centro della casa, arrivavano odori di cibo e il suono dello scoppiettio di cipolle in padella. Non poteva crederci. Le gambe ricominciarono a tremare e il fiato a farsi sempre più grosso. Continuò il suo viaggio verso la cucina a stento, con sentimenti misti di speranza, curiosità e paura. Fece presa sul comò posto in corridoio, che ospitava diversi porta ritratti e il telefono di casa, e pian piano arrivò alla porta della cucina socchiusa. Era tutto troppo famigliare. Con forse l’ultimo gesto di coraggio che aveva prese in mano la maniglia e aprì la porta. In mezzo ad una nuvola di fumo, ad odori di cibo squisiti, ad un cuore che pompava come mai aveva fatto da 15 anni a questa parte, Lei era lì, con le spalle rivolte alla porta che cucina i piatti della domenica. La lunga coda mora, le spalle strette, i fianchi sinuosi, le gambe affusolate e quello sgabello a sopperire i centimetri che un po’ mancavano erano lì, davanti a lui. Cercò di chiamarla ma la voce, seppure si sforzasse non usciva dalla flebile bocca. Cercò di avvicinarsi a Lei ma, purtroppo, non riusciva a muovere un passo. Cercò di sbracciarsi ma, purtroppo, Lei non si girò mai. Continuava ad osservarla lavorare di spalle, senza mai riuscire a vederla in viso agitandosi continuamente fino a quando udì il rumore fragoroso di una sveglia provenire da un punto imprecisato della stanza.

Erano le 7:30 di un 19 gennaio. Si svegliò tutto sudato, in preda a palpitazioni incessanti. Come non accadeva da tempo, l’unico modo per riprendersi era fare una doccia calda.

O che tu..

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O che le tue labbra rider di gioia
possan restare fisse negli occhi
di chi ti, amorevolmente, ti guarda
O che i tuoi gemiti di gioia possan
raggiungere le vette dell’universo,
cambiando pazzamente verso
O che il tuo olfatto si conservi
negli anni raffinato e intatto
O che le vesti sapientemente ammainate
possan restare spettatrici sempre
in modo sparso e disordinato
O che la gioia e che il dolore possan albergare
dentro al tuo cuore, inermi o vive, deboli o forti
O che la vita teatro di sogni e amare realtà, ti doni
ciò di cui hai bisogno, per vivere come i folli
O che la Lei della quale mi sono innamorato
non legga mai questi versi, perché sarebbero diversi.

Una fotografia

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È un periodo particolare per me. È come se mi avesse investito un camion pieno di sensazioni, di cose da fare, di vita da sbrigare. Mi ha portato voglia di leggere ma poco tempo per farlo, voglia di scrivere ma un blocco nel farlo. È come se “il resto” avesse alzato la paletta dell’alt a quel che c’era a tempo indeterminato.
Ho lasciato a metà una storia. Parla di un viaggiatore un po’ particolare, che parte di notte senza dire niente a nessuno. È costituito di frammenti anche lui. E le parole non sono messe a caso. La finirò. Anche se di solito sono loro a finire me.
È una domenica mattina, ho appena finito di bere un tè caldo, fuori non piove, splende il sole. E la mente va ad un anno fa circa, quando scattai una fotografia instantanea di quello che ero in quel momento. Ad un anno di distanza forse tutto non è ancora al suo posto, ma la colla ha fatto comunque un buon lavoro. L’ho voluto immortalare in un’immagine, come si fa con le fotografie, quel momento.
Buona domenica.

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